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martedì 16 dicembre 2014

COLONIA ORFANI DI GUERRA ORA SCUOLA CAPERLE

Marisa Venturi
Cartolina (non viaggiata),  ed. Vitova - V. Tosi Verona - 7 novembre 1925
Proprietà Marisa Venturi

venerdì 28 novembre 2014

ANNI TRENTA IL CENTRO VALLE VISTO DALLA TORRE DI CASA VASSANELLI

Foto proprietà Stefano Vassanelli
Il centro valle è completamente integro e ancora a destinazione agricola fino a Grezzana.

lunedì 8 luglio 2013

DUE RAGAZZE DI QUINTO SULLA PASSERELLA DI LEGNO CHE FINO ALLA RICOSTRUZIONE POST-BELLICA AVEVA SOSTITUITO PONTE DELLE NAVI


Foto proprietà S. Vassanelli 28 maggio 1947
I ponti della città vennero fatti saltare con le mine dai nazisti in fuga, per rallentare l'avvanzata delle truppe Alleate, la sera del 24 aprile 1945.

Ponte Navi è stato distrutto e ricostruito più volte.

A sinistra sul parapetto del muraglione si leggeva:

IL PONTE
CUI IL VICINO APPRODO DIÈ IL NOME DELLE NAVI
EDIFICATO IN PIETRA DA CANSIGNORIO DELLA SCALA
1373-1375
RINNOVATO IN PARTE DALLA REPUBBLICA VENETA DOPO LA
PIENA DEL 1757
MEMORANDA PER L'EROISMO DI BARTOLOMEO RUBELE
FU ABBATTUTO
E NELLA PRESENTE FORMA RICOSTRUITO
NEL 1893
QUANDO VERONA
CON ROMANO ARDIMENTO
OPPOSE ALL'IRA DELL'ADIGE SICURE DIFESE
MDCCCXCVII


Fonte Trecca

martedì 4 giugno 2013

Ciclista su Via Valpantena tra Quinto e Marzana anni '30

Foto proprietà  Vassanelli
Per gentile concessione
Si notino le rotaie del tram, sulla sx.
Il sedime stradale era ancora in terra battuta-
I muri (a dx) , che storicamente hanno caratterizzato i paesi della Valpantena,
erano ancora integri, a segnare i confini delle proprietà.

venerdì 14 dicembre 2012

giovedì 29 novembre 2012

VALPANTENA ANNI '6O

Foto di proprietà famiglia Zamboni Saverio
L'Azienda Mangimi Veronesi e la valle ancora agricola

martedì 20 novembre 2012

giovedì 15 novembre 2012

CORTE ALTA DI LUMIALTO (QUINTO) 1956

Quinto - Località Lumialto - Corte Alta  anno 1956
Nella foto: Famiglia Zamboni con mamma Emma e zia Argia

mercoledì 14 novembre 2012

VIA VAIO DELLA MARCIORA A QUINTO 1960

Lucia Z. davanti alla Casenuove di Via Vaio della Marciora, quando la via finiva nei campi.
1959-60
Foto propr. Famiglia Saverio Zamboni di Quinto

domenica 11 novembre 2012

QUINTO BAMBINI DELLE CASE NUOVE IN VIA FRIZZOLANA 1956-57

Da Sx a dx: Saverio Zamboni, Marilia, Roberto F., Milena Z. Luisa F. Antonietta F.
Nella foto sullo sfondo a destra: la Giardinetta Fiat del Maoli
Foto da Fam. Saverio Zamboni

sabato 3 novembre 2012

CONFINI


Confini di Quinto

 Dai Malfatti una stradina portava dall’altra parte della valle, attraversando il progno, il torrente, sul ponte de banda.
Percorrendola si arrivava  ad  incrociare la pedemontana orientale e poi ai paesi di S. Maria in Stelle, Sezano e Vendri, piccoli francobolli di case rurali ma anche luoghi antichi, ricchi di storia e di alcune ville prestigiose.
La stradella si snodava tra alte siepi di rovi e biancospini, colorate in primavera da rose canine ed, in tarda estate, da more di rovo.
La meta di noi bambini era un albero de caròbole, di carrube, a metà percorso. Anche allora le carrube erano cibo per i cavalli, tuttavia a noi bambini piacevano molto e ne sgranocchiavamo velocemente i bordi dolciastri, usando gli incisivi come scoiattoli e ricavandone un grande piacere.

 El ponte de banda (o de fero) era, nel linguaggio comune, un punto di riferimento spaziale, un vero e proprio confine territoriale con Stelle.
Questi punti immaginari, non scritti ma definiti dalla consuetudine, segnavano i confini dei paesi e davano spesso origine a conflittualità più o meno scherzose, tra gli abitanti.
Si affermava: 
- Dopo el ponte de banda gh’é quei de le Stele. -
Per circoscrivere e limitare il raggio delle esplorazioni infantili, si diceva ai bambini:
- Rento al progno gh’é le anguane che  te ciapa -
In tal modo li si tenva lontani dai luoghi pericolosi. Non bastava perchè noi si andava comunque.

Queste Anguane o Acquane erano presenze misteriose, serpenti volanti; figure magiche urlanti la cui presenza vicino ai luoghi d’acqua ha riscontri culturali su uno spazio geografico assai ampio dell’Italia settentrionale, dalla valle dei Camuni all’Istria. Derivano probabilmente dalle Meduse romane, dalla testa incoronata di serpenti. Prevedono il futuro ma non hanno memoria del passato. Sono creature fantastiche e orripilanti, secondo nonna Tina (classe 1923).
Nel vicentino le Anguane vengono descritte invece come buone madri e massaie, che al tramonto si trasformano, soggette a regole di un mondo misterioso e nascosto.
Nel Friuli la loro voce è testimoniata come armoniosa e il loro richiamo è definito dolce e seduttivo.
Fra’ Giacomino da Verona, rimatore della seconda metà del  XIII° secolo esclamava:
 “Né sirena né aiuguana, né altra cosa che sia.”
 Da noi le anguane erano rappresentate come brutte, urlanti e malvagie.
- Te sighi come ‘na ‘nguana - si diceva a chi alzava troppo il tono della voce.

 
Il confine di Quinto con Marzana, il paese più su, verso nord, era segnato dal dosso formato dal conoide del Vajo delle Antane, vicino all’attuale Scuola Media Caperle, ai tempi della mia infanzia ancora adibita a colonia degli Orfani di Guerra.
Ricordo questi orfani, i cui padri morirono nelle seconda guerra mondiale; alcuni frequentavano la mia scuola. D’inverno si coprivano di un tabarro scuro, una larga mantella blu; tuttavia le gambe restavano scoperte e le ginocchia erano spesso arrossate dalle buganse, dai geloni,  e livide di freddo. Erano guidati da un maestro, che li accompagnava in fila ovunque dovessero andare, in genere soltanto a messa e a scuola. Quando noi si passava vicino al loro collegio, in certe ore si poteva vederli giocare nel cortile, vicini, ma lontani dal nostro mondo, divisi dalla recinzione che ne limitava le libertà. A noi facevano pena.
Percorrevamo la stradina pedemontana che si snodava tra i campi per andare a scola da la Ida. Oggi la strada non esiste più, interrotta dall'ospedale. Sbucava vicino al cancello dell'USSL dove ricordo una fontana a vasca per i panni con a fronte la fontanella per la presa dell'acqua per usi domestici.

 A sud, un altro confine, accettato come tale dalla comunità, era rappresentato dal sasso del diaolo, grossa pietra che si trova ancor oggi sulla strada pedemontana occidentale, dopo la Casa di Cura Santa Chiara, sulla parte finale del conoide del Vaio del Prete, là dove, (narrano le leggende paesane), il prete di Quinto confinò con le benedizioni tutti i serpenti che infestavano i vegri e le campagne.
Il sasso serviva, ai tempi della mia infanzia, a dare un confine alla libertà d’azione dei bambini della contrada de la Crose; oltre il sasso c’era el diaolo che el te porta via, il diavolo che ti rapisce.
Il sasso del diaolo era anche un punto fisico preciso, di difesa del proprio campanile. Oltre questo limite gh’era quei del Figarèto e de Sisègo, altre piccole contrade, prima di Poiano.
 
Una strada in salita partiva dalla Crose e portava al Fontanon, fontana e lavatoi con diritto pubblico alle acque ma insediati su terreno privato. L'interruzione della condotta a causa di un erpice maldestro ha fatto interrompere l'erogazione. Il disinteresse di AGSM e Circoscizione, più volte interpellate dal CiViVi, ha permesso la perdita definitiva della fontana pubblica. 

 
Oggi i vecchi abitanti tengono ancora in conto le separazioni e i confini ma con molta leggerezza, in forma labile e scherzosa, quasi si vergognassero.
Richiamano vecchie cante o vecchi detti che riassumono pregi o difetti di questa o quella comunità; un ultimo tentativo per rivendicare l'appartenenza al territorio anche se ormai, in Valpantena, si sta passando dal senso di orgogliosa, totale, appartenenza  ad un mero e più anonimo senso di residenza, e le distinzioni tra zone e vie hanno solo il significato di reperibilità per il postino o l’ufficiale giudiziario.

Forse, prima o poi, insieme ai nostri vecchi, ai loro ricordi, alle loro storie, ai loro punti di riferimento e alle loro cante spariranno anche i nomi dei paesi …

Eravamo quei de Quinto, de Marsana, de Poian, de le Stele … quei de la Valpantena che la merenda ghe scusa par sena ...
Forse, tra un po’, ci dichiareremo soltanto per quei che stà, che abitano, in Valpantena, ma potrebbero abitare in qualsiasi altro posto, senza radici e con provvisorietà.

La Valpantena diventerà una anonima periferia urbana?
 
M.V.

mercoledì 31 ottobre 2012

STRADA GRANDA, NOMI DELLE VIE E TOPONIMI


Quinto e la strada granda.

 
Si arriva ai Malfatti, dove sono nata,  attraverso la strada granda che da Verona porta alla montagna prealpina, i Lessini.
Ora è una strada asfaltata assai trafficata, in parte declassata per un nuovo tracciato a centro valle, la SP6, che qui chiamano superstrada, con la stessa ridondanza con cui il primo palazzo di Grezzana era  stato chiamato el grataciel.

Ai tempi della mia infanzia la strada granda era una strada bianca, polverosa, segnata dalle ruote dei carri e dagli escrementi degli animali.
I cigli stradali in primavera erano sempre fioriti, con l’erba alta mossa dalla brezza, come in un quadro di Monet.
La strada, poco frequentata da mezzi a motore, era usata da noi bambini come luogo di giochi.

La strada granda era per la modesta mobilità di allora l’alternativa alle strette e antiche stradelle  pedemontane, una delle quali, a ponente, già in epoca romana collegava il contado con l’urbe attraverso il basso valico poi chiamato di castel San Felice.  Ha preso il nome di strada castellana perché in epoca medievale collegava i castelli sopra la città a quelli della Valpantena, di Poiano, Marzana, Grezzana.

L’altra pedemontana, ad oriente, collegava la valle con la via Postumia a sud, nella grande pianura.
Fin dal medioevo era usata per raggiungere il mercato di San Michele di Campagna. Ora si usa come alternativa alla più trafficata Via  Valpantena.

A  lato della strada granda, dal 1922, c’erano le rotaie del tram della Saer, società per il trasporto pubblico, di emanazione della grande Breda di Milano.

Il piccolo treno su rotaia, in dialetto el tranvai oppure el trenin, fu una grande conquista sociale della città e delle sue periferie e andava a sostituire carretti, calessi, biciclette e quello che dalle nostre parti si chiamava el caval de San Francesco, cioè l’uso abituale delle gambe.

- Gambe in spala e trotta - si diceva a quei tempi.
Anzi trota perchè le doppie, per noi veneti, non sono affatto importanti.

 La strada era costeggiata da alti cespugli di rovi e di biancospini, prodighi di fioriture primaverili.
Radi alberi, alcuni centenari, come l’olmo de la crosara di Clocego o el perlar de Quinto (bagolaro) e el platano di Gezzana, consentivano ai carrettieri e ai pedoni una refrigerante sosta all’ombra, durante i trasferimenti estivi da e per la città.
 
C’erano, ai margini della strada granda, anche radi quanto opachi lampioni notturni, sempre visitati da cerchi di falene. Erano sostenuti da un palo di legno, col filo isolato dalle chicare di porcellana e con la lampadina protetta da un arrugginito piatto de banda.
El piato oscillava pericolosamente nei giorni di vento, creando di notte ombre inquietanti sui muri delle case e sulla strada.
La strada granda aveva cucito tra loro piccoli gruppi di case disperse, casali e cascine, ricalcando un vecchio e più labile tracciato, conferendo senso ed ordine al centro valle, riorganizzandone la casualità. Una strada senza un suo particolare carattere, non bella ne speciale; senza un nome preciso se non quello funzionale a indicarne la diversità rispetto ai viottoli minori, alle stradelle e alle scavessàgne (sentieri campestri).
Ecco, potrei annotare un particolare curioso, una sola piccola differenziazione toponomastica …
Là, dove la stradella della chiesa parrocchiale incontrava la strada granda, la prima chiusa come le altre tra i muri di sasso del brolo principale (un fondo chiuso), l’incrocio prendeva il nome di Strà, semplicemente Strà e basta. E queso toponimo, con le stesse caratteristiche, ea doppiato anche all'incrocio di Marzana, dove ora c'è il semaforo.
Dal dopoguerra la strada granda, da Poiano in poi, per una lunghezza di cinque, sei chilometri, si chiamò Via Valpantena, con una ovvietà che rispecchia però l’importanza del tracciato come nuova via preferenziale da e per Verona.

Nel tempo, ma siamo ancora nella pima metà del secolo, alla Strà avevano aperto l’officina del bandar del Zopi (il fabbro) e quella del Fatuto, la bottega del scarpolin, la botega dei Alegri, l’ostarìa della Maria latàra, col zugo de le boce e la television, unica ostarìa di Quinto chiamata all’epoca, chissà per quale slancio esterofilo, bar  de la Maria latàra.

Di fronte agli Allegri c’era la pesa e l’ufficio del Dazio (o dassio) con i dassiai che a metà mattina entravano a bottega per farsi fare un panetin col sgombro e le seolette e, con il panino ancora gocciolante di olio, avvolto nella carta gialla e porosa, se ne andavano dalla Maria latàra a completare la colazione col goto de vin. Il tutto a gratis naturalmente.

Prestigioso emblema della lotta nazionale all’analfabetismo, era sorta, alla Strà, anche una Scuola Elementare ad opera del Comune di Verona, perciò detta dai compaesani scola comunale, con la o stretta stretta, e sentimenti ambivalenti come l’orgoglio par la novità de l’istrussione dei fiòi e il disagio per la sottrazione di braccia utili ai lavori nei campi.
Nello stesso edificio c'era l'Ufficio del Dassio, con la pesa.
Accanto alla scola comunale un monumento ricordava i compaesani caduti nelle due guerre mondiali del millenovecento. Il monumento restava invisibile, sonnacchioso e solitario per tutto l’anno, degno solo di qualche sguardo distratto.
Il 4 novembre era come si risvegliasse dal lungo e pesante letargo; una processione partiva, dopo messa, dalla chiesa parrocchiale, guidata dai maschi del paese con cappelli d’alpino, gagliardetti e bandiere. Veniva deposta una corona di alloro ai caduti e veniva commemorato, con voce squillante e parole dense di retorica ma che arrivavano dritte al cuore dei Reduci, l’eroismo patriottico dei giovani defunti di Quinto, caduti in battaglia nelle due grandi guerre del novecento.
La corona, icona di una pietas ancora viva ma non più lacerante, rimaneva ad essiccare tristemente sul monumento fino all’anno successivo, quando le donne del paese e lo stradino comunale ripulivano l’area.

I Malfatti, dove sono nata, erano più su, a nord, oltre le case dei Grassioli falegnami, el capitel de la Madona, oltre el bagolaro e l'ostaria del Perlar, l’osteria di sosta dei caretieri, dopo i Zanella e i Corso e prima della corte dei Costanzi, i Taliani.

I caretieri, maggiori fruitori della strada granda, scendevano carichi dai Lessini e dall’alta valle trasportando ghiaccio, carbone, farina dai molini di Lugo, laste de piera, legname e prodotti orticoli per il mercato cittadino. All’epoca trasportavano anche  granulati, una novità degli anni cinquanta che contribuì al grande cambiamento della media valle.

Già circolava qualche raro camion, guardato senza più sorpresa, e qualche auto; quella del conte Arvedi, la Millecento del Sante, che faceva servizio di taxi, la Topolino del mio papà e poche altre. 

In genere i caretieri si fermavano al Perlar, a far sosta par un goto, un bicchiere di vino, e a far riposare el musso sotto il grande albero, prima di passar a la pesa del Dassio.

 
I nomi delle vie
 
Dalle nostre parti i nomi alle vie sono stati assegnati soltanto dopo la guerra, con la grande urbanizzazione che ha cambiato il volto ai paesi.
Prima, per indicare i luoghi, si faceva  riferimento ai nuclei familiari che detenevano la proprietà, oppure al nome delle famiglie insediate abbastanza stabilmente da segnare il territorio col proprio nome.
I luoghi si chiamavano perciò: dai Costansi, dai Alegri, dai Signorini, dai Vassaneli, dai Zopi, dai Balini (distinti in: Balini de la cesa e Balini de le Stele).
In alcuni casi, quando la proprietà cambiava padrone, il nome originario poteva essere mantenuto, e con esso i ricordi,  fino a che se ne perdeva memoria e finché i nuovi proprietari acquistavano un ruolo di rilievo nella società.
Il nome del luogo poteva cambiare anche quando gli inquilini di vecchia data facevano sanmartin.
A fine contratto di lavorenzia, in genere il giorno di San Martino, i bacani caricavano le poche cose su un carretto, magari preso a nolo dal Biciclin, che gavea anca el musso, o da Tano Baricata e traslocavano in altri luoghi, da cui il detto  far el sanmartin.
Ma per far storia, lasciare cioè il proprio nome al luogo, bisognava aver avuto un lungo e buon rapporto di mezzadria e ottime relazioni all’interno della piccola comunità.
In genere dei mezzadri ci si dimenticava in fretta.
 
 
 
TOPONIMI
I luoghi prendevano il nome anche da elementi del paesaggio urbano o naturale: al Pigno (sopra Quinto ma anche sopra Vendri) alla Crose, per una piccola croce su basamento posizionata all’incrocio di più strade, a Quinto, dove girava la processione del Corpus Domini e delle Rogazioni; al Ponte de banda (o de fero)  sopra il progno; alla Preara (cava di pietra), ai Mulini (di Marzana), per l’esistenza di mulini dal Medioevo a dopo la guerra,  alle Are: toponimo di derivazione romana? Certo luogo fecondo di emergenze archeologiche.
Anche Lumialto, terre alte, toponimo di antica origine, attestato in Alto Medioevo come Limetalto, prende il nome dall’elevazione della contrada sul conoide.
Il toponimo la Valalta, sopra Sezano, richiama la valle alta.
Il Nogaroto richiama l’esistenza di una nogàra o nosàra (albero delle noci)
La Canova o Ca Nova di Poiano è un toponimo di contrada che ricorda un nuovo edificio (Casa Leonardi) mentre le Casenove sono le case Agec o case Fanfani, costruite nel dopoguerra in tutti i paesi per dare un tetto a tutti.
C’erano poi le località che prendevano il nome dalla funzione ancora esercitata: ala cesa, ala strà (di cui si è detto), ala fontana, al fontanon, ale scole, ala posta de le Giacomini, ala posta dal Lista,  ala botega de le Mariane, ala botega de la Barbarina  ... e capirsi non era mai un problema.
 
M.V.
 

lunedì 29 ottobre 2012

"LA CASA DE LE OCHETE"

Riceviamo e giriamo ai nostri numerosi lettori la mail di Rossella.
Da parte nostra possiamo anticipare questo:
Spesso nomi e toponimi erano soggetti alla legge della casualità e della persistenza.  Ci sono toponimi che si sono mantenuti semplicemente perchè in quel preciso momento storico qualcuno li ha trascritti in mappa (v. mappe del Catasto austriaco); a noi ora questi nomi o questi toponimi  dicono poco o niente.


Mia nonna, Dorina Rigo, nata a Poiano il 14 settembre 1910 abitava in Via Ca' Nova con sua mamma Ester, il papa' Luigi, le sorelle Iole (Maria), Daria, Rina, Sergia, e il fratello Gianni (Giovanni), nella 'casa dele ochete'. Non so perche' la chiamassero 'casa dele ochete', se per caso fosse perche' c'erano delle oche in corte lì a fianco, oppure se fosse perché la casa era talmente piccina che alla famiglia di 8 persone sembrava di stare stretti stretti come in un pollaio!
Mia nonna e' morta un mese fa, a 101 anni di eta'. Ci raccontava che la casa era a due piani e che  il pavimento di legno era cosi' malmesso che dal piano di sotto si vedeva quello di sopra tra le fessure.
Mi piacerebbe trovare qualcuno su questo blog che conosce la 'casa dele ochete' o che abitava in zona Via Ca' Nova in quello stesso periodo.

Grazie.
Rossella

 

venerdì 21 settembre 2012

LA COLLINA A OVEST, DETTA DI SAN VINCENZO

Collina di San Vincenzo, sopra Quinto - La balconata che in origine era panoramica apparteneva
alle pertinenze della chiesetta posta sulla sommità della collina e dedicata a San Vincenzo Ferreri;
fu costruita dalle comunità di Quinto e Marzana nel 1897. 
La fotografia di M. Venturi risale al 1989
 
  
 
Per arrivare a San Vincenzo partendo da Quinto un tempo si prendeva il sentiero tra
la fontana neogotica a lao della piazza della chiesa, e  Casa Tagliapietra ora Ballini.
Il sentiero proseguiva  in salita passando davanti
alla Scuola dell'Infanzia Angeli Custodi. Era detto "sentiero dell'asilo". 
A metà monte circa si incontrava la strada che si diparte dal cimitero procedendo
 fino al bivio detto "della Nasse".
Prendendo a destra, superata la localià segnata nelle mappe come "al pigno" si arriva ancor oggi
in dorsale mentre invece  il "sentiero dell'asilo",
curato per anni dagli Alpini di Quinto, è finito in disuso.

giovedì 20 settembre 2012

EL CAPITEL DE NOVAIE

Fotografia presentata alla Prima Mostra Foografica della Valpantena a cura del CiViVi nel 1990
Autore ignoto
                   (Nel lungo tempo si è staccata l'etichetta con il nome. Chi si riconosce come autore può darcene comunicazione tramite Commenti)

EL CAPITEL DEL CRISTO 2011

Quinto autunno 2011 Foto di M.Venturi

martedì 18 settembre 2012

IL TRAM ALLA CASA ROSSA

Il tram al Sasso di Poiano, presso la Casa Rossa (parzialmene visibile a sx nella foto)
Si notano i piloni di cemento che serviranno a sostenere i fili della filovia. La contemporaneità dei due elementi:
rotaie e fili aerei, ci permette di dare una data abbastanza precisa a questa fotografia: 1957-1958

sabato 25 agosto 2012

ANCA COL FREDO NOANTRI DE CAMPAGNA ERIMO DIFARENTI ...

Foto Biblioteca Civica Vr - Piazza Isolo
IL tabarro era abitualmente usato, sopra la giacca, nei freddi mesi invernali.
Per la donna era in uso lo scialle o sialéto, fatto a ferri ma sotto, sia la donna che l'uomo, portavano indumenti di lana fatti in casa: mutandoni fino alle caviglie e flanella a manica lunga  per gli uomini, sottoveste di lana e flanella a manica lunga per la donna. La lana grezza irritava la pelle ma non c'era scelta.

lunedì 4 giugno 2012